"...dentro restavo pallido..."

“Una storia di amore e di tenebra”. Amos Oz. Edizione Feltrinelli 2003. Traduzione Elena Loewenthal . pp. 601-3, 606-7.



Arrivai a Hulda che avevo quindici anni, circa due dopo la morte di mia madre, : viso pallido fra le abbronzature, smunto quarto di pollo fra giovanotti corpacciuti e ben piantati, infaticabile parlantina fra taciturni, versificatore fra coltivatori, stallieri e trattoristi. I miei nuovi compagni di classe, maschi e femmine, delle “classi di proseguimento” a Hulda, erano tutti indistintamente menti sane in corpi sani – solo io ero una mente morbosetta in un corpo quasi trasparente. […] In breve, un po’ un’educazione sbagliata, un po’ un DNA irreparabilmente fallato.
Invano facevo del mio meglio per eccellere nel lavoro dei campi trascurando invece gli studi, Invano mi ustionai come carne cruda sullo spiedo nel tentativo di diventare abbronzato come loro. Invano nelle discussioni al circolo sull’attualità mi dimostravo il socialista più socialista di Hulda, se non di tutta la classe operaia. Nulla mi servì: per loro restavo una specie di alieno, un estraneo strano, e per questo i miei compagni di classe continuavano a infierire su di me senza pietà, invitandomi a liberarmi una volta per tutte delle mie stranezze e diventare uno di loro. Una volta mi mandarono di corsa alla stalla senza torcia, nel cuore della notte, a controllare e riferire se per caso non ci fosse qualche vacca in calore che avesse urgente bisogno dei favori del toro. Un’altra mi assegnarono al turno di lavoro nel settore sanitario. Un’altra fui mandato nel pulcinaio, a dividere i maschi dalle femmine nella gabbia delle anitre.: sì che non dimenticassi mai da dove venivo , e non ci fossero illusioni di sorta su dove ero arrivato.
Io, dal canto mio, accolsi tutto con umiltà, perché sapevo che il mio sradicamento da Gerusalemme, il mio nuovo travaglio di parto, sarebbe stato necessariamente doloroso.  Mi rassegnai quindi alle angherie e alle umiliazioni, non perché soffrissi di un complesso di inferiorità, ma perché ero effettivamente inferiore. […]

 Per quanto mi fossi abbronzato, non avrei illuso nessuno: tutti sapevano bene – lo sapevo anch’io – che, malgrado la mia pelle fosse diventata finalmente bella scura, dentro restavo pallido. Per quanto mi fossi dedicato anima e corpo al lavoro, imparando persino a passare i tubi per l’irrigazione nei campi per il foraggio, a guidare il trattore, a sparare senza sbagliare mira con la vecchia carabina, dalla mia pelle non c’era verso di uscire. […]  Loro, invece, mi sembravano tutti sublimi: i ragazzi gagliardi capaci di segnare con la sinistra un gol da venti metri di distanza, spezzare la testa a un giovane pollo senza battere ciglio, fare un’incursione notturna al magazzino delle provviste e portare via qualche leccornia per il picnic intorno al fuoco. E le ragazze impavide, capaci di marciare per trenta chilometri con uno zaino di trenta chili sulle spalle e dopo tutto ciò trovare ancora l’energia per ballare fino a tarda notte. […].

 Ma certo: sapevo qual era il mio posto. Ero conscio dei miei limiti. Niente passi più lunghi della gamba. Certo, gli uomini nascono tutti uguali, è un principio fondamentale su cui si basa la vita in Kibbutz. Ma l’amore è terreno per le forze della natura, non per il comitato per l’uguaglianza. E sul terreno dell’amore, come ben si sa, solo i cedri attecchiscono, non certo l’issopo del muro.Ma, come ben si sa, anche i gatti hanno diritto di contemplare il re. In effetti guardavo tutto il giorno e anche la notte a letto, dopo aver chiuso gli occhi, continuavo a guardare i bei soldati biondi. E soprattutto guardavo le ragazze. Quanto guardavo. Fissavo con occhi famelici. Persino nel sonno piantavo i miei occhi ardenti e disperati di vitello. Senza alcuna speranza: peraltro, sapevo che non erano per me, loro.. Loro, i maschi, il vanto d’Israele – io, il baco di Giacobbe. Loro, le ragazze, la schiera di gazzelle silvestri, e io lo sciacallo che lagnava oltre il muro di cinta. E, fra tutte – la ciliegia sulla torta – Nilli.
Erano tutte belle come un sole. Tutte. Ma Nilli – intorno a Nilli fremeva sempre un cerchio di giubilo. Nilli cantava camminando,  per il sentiero, sul prato, nel boschetto, fra le aiuole. Camminava e cantava fra sé e sé. E, anche quando non cantava, a me sembrava stesse cantando. Che cosa mai avrà da cantare, mi domandavo a volte dal profondo dei miei tormenti sedicenni, che cosa ha sempre da cantare? Che cosa c’è di tanto bello in questo mondo?  Insomma, tormento fatale che strazia / angoscia di vita / del passato in conoscibile /  del domani inimmaginabile… e lei ha ancora il coraggio di decantare tanta gioia di vivere? Un’allegria così radiosa? Una felicità come la sua?  Insomma, non ha mai sentito dire che i monti di Efraim han preso / una giovane vittima ancora /…e anche la nostra vita / di sacrificio al popolo?...Insomma, Nilli non sa nulla di tutto questo?  Non ha neanche una vaga idea del fatto che abbiam perduto / quanto di più caro c’era / e mai più a noi tornerà?... Incredibile. Irritante, ma anche seducente: come una lucciola. […]

 Lucciola? Un generatore. Una centrale elettrica al completo. […] In quel periodo, insomma, Nilli usciva con il fior fiore della terra, mentre io non promettevo granchè: quando la principessa, accerchiata da uno stuolo di spasimanti, passava davanti alla casupola di un servo della gleba, questi tutt’al più levava  un istante lo sguardo verso di lei, ne restava abbagliato e tanto gli bastava. Perciò fece grande scalpore a Hulda, e persino negli abitati vicini, la scoperta, un giorno, che la luce del sole era scesa a inondare inaspettatamente il lato oscuro della luna. Quel giorno a Hulda le vacche deposero uova, dalle mammelle delle pecore sgorgò il vino  e gli eucalipti stillarono latte e miele. Dietro il magazzino dell’ovile furono avvistati orsi polari e l’imperatore del Giappone  declamava brani di A.D. Gordon nei pressi della lavanderia. I monti trasudavano  nettare e le colline si sdilinquivano. Settantasette ore filate il sole rimase impalato sopra le fronde dei cipressi, senza volerne sapere di tramontare. E io andai alla doccia dei maschi deserta, chiusi bene la porta, mi fermai davanti allo specchio e domandai a voce alta, specchio specchio delle mie brame, dimmi, come è potuto succedere? Che ho fatto per meritare tutto questo?

Per saperne di più:
copertina del libro: "Una storia di amore e di tenenbra" di Amos Oz Amos Oz

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